Facciamo un 48! LE CINQUE GIORNATE DELLA MAPPA

Crono-sintesi delle Cinque Giornate di Milano 

 

Sabato 18 marzo

 

 

Ore 8. Radetzky, ignaro dei primi movimenti di Milano, si reca dal suo alloggio (casa Arconati in Via di Brisa) alla Cancelleria militare (casa Cagnola in Via Cusani).

 

Ore 9. il Vice-Governatore, Enrico O'Donnell, rappresentante della Presidenza, affigge un proclama, nel quale comunica che l'Imperatore abolisce la censura. Il popolo si raccoglie fremente nelle Piazze del Duomo, Fontana e del Mercanti, e nella Corsia de' Servi (ora Corso Vittorio Emanuele).

Circola un documento con sette richieste:

1. Abolizione della vecchia Polizia e nomina di una nuova, soggetta alla Municipalità;

2. Abolizione della legge di sangue ed istantanea liberazione dei detenuti politici;

3. Reggenza provvisoria del Regno;

4. Libertà della stampa;

5. Riunione dei Consigli Comunali e dei Convocati, perchè eleggano deputati all'Assemblea Nazionale, da convocarsi in breve termine;

6. Guardia Civica sotto gli ordini della Municipalità;

7. Neutralità e sussistenza guarantita alle truppe austriache.

Ore 9:30. Palazzo del Broletto (sede del Municipio). Il podestà Gabrio Casati cede alle richieste del popolo e scende sulla pubblica via per avviarsi alla testa di una immensa turba al palazzo del Governo, per ivi rassegnare il voto della volontà popolare.

Ore 10. Piazza San Babila. Un giovine bello e di gentile aspetto e dall'occhio d'artista (Giorgio Clerici o Salvatore Giusti?), salito su d'una panca, prende ad arringare gli accorsi. La folla muove per la via di Monforte per recarsi al Palazzo del Governo (Prefettura).

Lunga sosta al ponte di S. Damiano. Si vedono i granatieri ungheresi, a guardia del palazzo del Governo, posti sotto le armi, che aspettano la folla.

Ore 11. Davanti al Palazzo del Governo. I soldati del reggimento Baummgarten, di guardia alla porta, tentano di rincacciare la moltitudine con modi villani. Una sentinella spiana lo schioppo per far fuoco. Il giovine chierico Giovambattista Zafferoni gli strappa di mano l'arma, e gliela scarica nella testa. La folla disarma il drappello di guardia e invade il palazzo.

Ore 13. Radetzky esce da casa Cagnola in via Cusani, accompagnato dal generale Wallmoden e dal suo stato maggiore, si accorge che la città è in tumulto e ripara in Castello.

Ore 14. Accompagnato dal Corpo Civico, dalla Congregazione provinciale, e seguito da un'immensa folla tumultuante, giunge al Palazzo di Governo il Podestà Casati, per presentare le richieste a O'Donnell. Arriva anche l'arcivescovo Romilli, accompagnato da monsignore Opizzoni. Enrico Cernuschi costringe O'Donnell a sottoscrivere tre decreti. Tratto anche al balcone del palazzo, il Vice-Governatore proclama con voce tremante, che avrebbe fatto tutto quanto il popolo avrebbe voluto.

Ore 15. La prima barricata è eretta dal lato di Santa Maria della Passione colle panche delle circostanti chiese, con suppellettili tolte dalle case vicine. Si barrica anche la via S. Romano che mette al ponte di S. Damiano ove comincia la via di Monforte, e il ponte stesso, con gran carro stracarico di botti, che a caso passava lungo il Naviglio.

Altre barricate sorgono presso il ponte fra casa Serbelloni-Busca e l'altra che gli sta di fronte e in San Babila, partendo dalla prima casa sulla linea che volge a S. Damiano, fino l'angolo del caffè delle Colonne, includendo la via Bagutta.

Una compagnia di fanti, provenienti dal Palazzo del Genio, nella via del Monte di Pietà, si dirige per la contrada del Monte Napoleone.

Ore 15:30. La comitiva con Casati e O'Donnell prigioniero non lungi dalla via del Monte Napoleone, incontra circa cento soldati, i quali fanno fuoco, uccidendo un tal Pietro Rainoldi, d'anni 28, cocchiere. Il Podestà si ritrae nell'attigua casa Vidiserti. Più tardi, il quartiere generale degli insorti è trasportato in casa del conte Carlo Taverna, posta dall'altro lato della via de' Bigli. Cernuschi dai giardini di fronte alla casa d'Alessandro Manzoni, fa traforare il recinto del giardino Belgioioso; e pone sentinelle sui muri degli altri.

Pomeriggio. L'onda popolare si dirige verso il palazzo di Corte (Palazzo Reale) per impadronirsene. Vicino alla piazzetta di Campo Santo, è attaccata da un manipolo di ussari a cavallo. I più animosi nell'albergo dell'Agnello (albergo dell'Ancora) si pongono sulle offese. Gli ussari, non accorgendosi di una barricata eretta nella via Agnello, inciampano in essa.

 

La Congregazione Municipale invita tutti i cittadini dai 20 ai 60 anni a presentarsi in armi al Broletto per registrarsi nella Guardia cittadina.

Le due ali dell'esercito, acquartierate nella parte occidentale della città, si spiegano a dritta e sinistra lungo la doppia linea dei bastioni e della circonvallazione; chiudono tutte le porte e le muniscono d'artiglierie; quindi, dalla circonferenza s' inoltrano per i corsi più lunghi verso il centro.

 

Alcune compagnie di cacciatori, preceduti dai zappatori, dal palazzo arcivescovile, per la strada sotterranea, raggiungono la parte superiore del Duomo e sparano su strade e finestre.

 

Nove ussari, uscendo dal portone di Piazza Mercanti e percorrendo la via di Pescheria Vecchia, si spingono sino al Campo Santo.

Una divisione di granatieri Weiler, diretti dal generale Rath, uscendo dal Castello, prende per San Vicenzino, e prosegue per Santa Maria Segreta.

Ore 16. Venti ussari a cavallo escono dalla Direzione di Polizia e, sotto una pioggia di sassi e di tegole, si muovono di corsa dall'angusta via di San Dalmazio verso il teatro alla Scala, ma sono fermati dalla catena che era stata posta dall'uno all'altro canto di Santa Margherita.

Luciano Manara, il visconte Thannberg, Filippo Manzoni, Oreste Zafanelli, Pietro Clerici. appostati nell'atrio del Teatro, li bersagliano con moschetti, quindi rovesciano un fiacre allo sbocco della via di Santa Margherita verso la piazzetta della Scala, per farne barricata.

 

La via dell'Orso Olmetto è percorsa da staffette, da soldati, da carri, in comunicazione col palazzo del Comando militare, stanziato nelle vicinanze di Brera.

 

Un battaglione di Reisinger, capitanato dal maggiore Lillia, e di altri soldati, circa 2000, dal Castello, e per il Ponte Vetero procedono per la via di San Marcellino (ora Broletto) e assaltano il palazzo del Comune. Il Broletto viene militarmente occupato.

Sera. Paolo Rossignoli si reca sul Piazzale delle Galline, si trinciera con quattro barricate fatte colle vetture dello spedizioniere Merzari, innalza il vessillo tricolore nel bel mezzo della piazzetta, e tenta di dare l'assalto al palazzo della Polizia in via Santa Margherita. Si alzano barricate sino a San Marcellino, un drappello di Croati si apposta sul Ponte Vetro.

Domenica 19 marzo

All'alba, si erige una barricata nella via di San Vicenzino, ove essa via fa gomito con quella de' Cavenaghi.

Mattina presto. Circa cento soldati, muovono, per provvedersi di pane, dalla Foppa (Corso Garibaldi) alla volta de' Forni Militari in via Santa Teresa (ora Moscova), ma sono respinti da una pioggia di tegole; rinforzati, ritornano e appiccano il fuoco alla casa sull'angolo della via.

A S. Babila si fronteggia la truppa padrona della strada di S. Damiano, e con quella padrona del corso di Porta Orientale, più battaglioni comandati da un colonnello, che avanza con cannoni sino presso al ponte tirando a mitraglia e a palla.

Tre volte il nemico si spinge sino a San Damiano, tre volte indietreggia. Il pittore Bareggi, l'ingegnere Tarantola, il geometra Lillié, ed altri abitanti di casa Origoni, saliti sul tetto nell'angolo più esposto alle batterie di Porta Orientale e di Monforte, gettano le tegole con disperato coraggio, mentre il nemico, avanzato un cannone sino a casa Arese, fracassa in parte il tetto della casa suddetta.

I soldati, abbandonato il Boschetto, si ritirano nel giardino del palazzo reale detto la Villa Bonaparte.

Ore 11. Al Mercato Vecchio accampa buon nerbo di Croati Ogulini. Alcuni popolani, saliti sul tetto d'una casa sul Corso di Porta Comasina, cominciano a bersagliarli con sassi e con tegole.

 

In Corso di Porta Nuova (via Alessandro Manzoni), molte compagnie di soldati, munite di due cannoni, s'avanzano sino ai Portoni. A colpi di scure sgombrano quella località della serraglia. Fattosi giorno, cominciano a fulminare il Corso con palle di cannone e di moschetto. Alcuni giovini guidati da Augusto Anfossi, armati di schioppi, sboccano fuori dalla via de Bigli e avanzandosi di casa in casa, e facendo un continuo fuoco, riescono a snidarli di là.

Sotto un fuoco micidiale degli Austriaci, fermatisi presso casa Melzi, i Portoni occupati sono al di sotto fortemente asserragliati e al di sopra muniti di feritoie e di due cannoncelli.

Parte dei cittadini si avanzano sino al Seminario, ove, accatastati parecchi materassi sopra carri, fanno tre barricate mobili che vengono spinte innanzi fino a casa Dugnani. I soldati sono costretti a barricarsi alla Zecca, mantenendo una via di comunicazione coi bastioni.

Pomeriggio. Gli austriaci muovono innanzi tratto verso Porta Comasina (ora Garibaldi) e verso San Giovanni sul Muro, cercando di impadronirsi degli sbocchi principali delle vie sino ai ponti del Naviglio. Si spingono coi cannoni nei corsi di Porta Orientale (ora Venezia), di Monforte e di Porta Ticinese; nelle vie di Brera, della Cavalchina (ora Manin), del Baggio.

Ore 16. Lungo il Naviglio, tra il ponte di Porta Ticinese e quello dei Fabbri, sono fermati dai popolani due convogli di militari malati e di biancheria diretti al Castello. Con questi carri si otturra lo sbocco della via Arena,

Nodi di granatieri ungheresi sono appostati alle finestre del Palazzo Vicereale. I Trabanti (soldati veterani ai quali era affidato quel palazzo), sparano dalla parte di via Larga. I cannoni di Piazza Mercanti, uno collocato al posto della Gran guardia, l'altro sotto l'andito, verso la via de' Ratti, sparano palle di grosso calibro. I soldati, rimpiattati nelle porte delle vie degli Orefici, dei Ratti e de' Frustagnari, escono di tanto in tanto a far fuoco.

Sera. Si costituisce in casa Taverna il Consiglio di guerra, formato da Carlo Cattaneo, Giulio Terzaghi, Enrico Cernuschi e Giorgio Clerici.

Lunedì 20 marzo

Ore 4-6. Gli austriaci abbandonano il centro. Dal Palazzo di Corte (Palazzo Reale), col più circospetto silenzio, a lentissimo passo, i cannoni e i carri delle munizioni scorrono lungo la via del Rebecchino, attraversano il Cordusio e riparano al Castello. Dal Palazzo del Comune (Broletto) i prigionieri sono condotti per San Nazaro, il Rovello, e la contrada Cusani. fino al Castello, che viene circondato dagli insorti. Anche il Palazzo della Polizia in via Santa Margherita viene sgomberato.

Ore 8. Il podestà Gabrio Casati nomina alcuni collaboratori al Municipio, considerando "che per l'improvvisa assenza dell'autorità Politica" veniva ad avere pieno effetto il decreto corrente della Vice-Presidenza di Governo.

Mattina. Si erige una barricata in capo alla contrada di S. Giuseppe verso Brera, per impedire alla guardia del palazzo del Genio la ritirata, e precludere al presidio del Comando Militare (Brera) la via di soccorrerla.

 

I cittadini conquistano il Palazzo del Criminale (Piazza Beccaria), assaltandolo dal demolito teatro Gerolamo.

Circa sessant'uomini del Kaiser, staccandosi dalla Zecca, e dividendosi in due colonne, avanzano verso i due lati della via Cavalchina (ora Manin), diretti alla chiesa di San Bartolomeo.

 

Una forte mano di soldatesca, munita d'un cannone, per la via del Pontaccio, giunge sino al Ponte Marcellino, scarica il cannone sulla casa Melzi sull'angolo di via Borgo Nuovo e poi si ritira. Gli insorti tagliano il ponte Marcellino.

 

Zingari aggregati ai reggimenti ungheresi, sboccati dalla via di San Simpliciano, s'avviano a quella del Pontaccio. Attaccati dagli insorti lungo la scala, che mette al mulino, detto del Pannello, si portano sino al Ponte Beatrice, allo sbocco dalla via di Brera in quella del Pontaccio.

Ore 11. Radetzky risponde ai consoli d'Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio e della Svizzera, che protestano contro la sua minaccia di bombardare la città, rivendicando l'obbligo di adempiere i suoi doveri verso l'Imperatore, ma sospendendo la decisione fino al giorno dopo, e invitandoli a persuadere gli insorti a cessare le ostilità.

Ore 12. Il maggiore dei Croati Ottocani, Sigismondo Ettingshausen; chiede al Comitato di guerra, in nome del generalissimo Radetzky, un armistizio. Il Comitato lo rifiuta dopo un quarto d'ora di discussione.

 

Al Ponte Vetero un maggiore ungherese avanza a piedi, ed agitando un bianco fazzoletto, grida pace, pace.

Ore 13. Il Municipio assume tutti i poteri; aggiunti ai collaboratori il conte Vitaliano Borromeo e lo Strigelli. Il Consiglio di guerra pubblica nuovi proclami in cui rende pubblico il rifiuto dell'armistizio.

Pomeriggio. Espugnata la caserma di san Bernardino (via Lanzone), presidiata da 800 poliziotti italiani.

 

Antonio Simonetta, con 26 militi e vari cittadini, fra cui i fratelli Pietro ed Antonio Lazzati, il dottore Sapolini, Giuseppe Reina e il giovinetto Beretta, attraversando il naviglio, da casa in casa si reca nella chiesa di San Celso e dal campanile impegna una sparatoria con i soldati che presidiano l'ospizio e il collegio di San Luca. I Croati occupano San Celso. Gli insorti assediano il magazzino di oggetti militari di Sant'Apollinare.

Sera. La bandiera tricolore, improvvisata nella bottega di Biffi con una salvietta, una tendina verde, ed un lembo di panneggiamento rosso, il tutto cucito insieme ed assicurato ad un palo, benedetta dal sacerdote Luigi Malvezzi, è inalberata sulla aguglia del Duomo dal valtellinese Luigi Torelli e dal trevigiano Scipione Bagaggia (secondo Paganetti) o dal ginevrino Giuseppe Maria Dunant (secondo Venosta).

Martedì 21 marzo

Tutto d'intorno a Milano, sopra una fascia di terreno di circa 12 miglia, l'insurrezione è spettacolosa e imponente. Le campane a stormo suonano; il popolo, guidato dai possidenti, fittaiuoli, preti, e dalla gioventù, corre sotto le mura della sua Milano per soccorrerla; quivi già pure giungono lecchesi, brianzoli e bergamaschi.

All'alba, a Porta Vercellina, il cittadino Pietro Bernago, abitante in via di san Nicolao, presso al suo sbocco in Piazza Castello, coll'aiuto d'un suo domestico, Bernardo Olgiati di Villa Stanza, e di qualche vicino riesce a forare il muro di cinta che separa la sua casa dalla cavallerizza dei Litta e ne fa passare uomini e armi. Alla barricata eretta in prossimità del tempio di san Nicolao, fra le case N. 2761 e N. 2755, Bernago e altri respingono gli attacchi degli austriaci, che infine si ritraevano nella Piazzetta di Sant'Agnese.

Mattina. Si rinforzano le barricate e si dispongono valenti tiratori nelle diverse case dei dintorni e negli orti per molestare il nemico su tutti i punti e dar campo agli altri di avvicinarsi o per di dentro o per di fuori alla Porta Tosa. Un cannone di Porta Tosa, appostato dagli Austriaci in capo alla stradella sul bastione, e un altro al borgo di Monforte nell'atto opposto, cominciano a tirar contro le finestre del Conservatorio. Trecento insorti, dal Borgo di san Pietro in Gessate, rompendo i muri tanto da passarvi un uomo per volta, attraverso a tutte le case, entrano nel cortile dei Martinetti e per gli orti, di casa in casa, e su i tetti, e giù dallo stradone della Costa giungono all'osteria del Giardinetto verso Porta Tosa. Altri insorti escono dalla città. guadando un'acqua, che scorre sotto il bastione, tra Porta Romana e Porta Tosa; entrano nella casa dell'Osteria delle Assi e fanno fuoco,contro le case della Birraria occupata dal nemico.

 

Anche la casa Arconati, ora Delmati, allora abitata dal maresciallo Radetzky, viene in potere del popolo.

 

Sanguinosi combattimenti a Sant'Apollinare, a San Celso, a San Simpliciano, a San Vittore, Sant'Eustorgio. Eccetto il palazzo del Genio militare, il Comando militare e la caserma di San Francesco, gli Austriaci sono cacciati da tutto il circuito del naviglio.

 

Il Radetzky, a mezzo dei Consoli delle potenze che hanno sede a Milano, propone un secondo armistizio per tre giorni. Il Comitato di guerra lo rifiuta.

Il conte Enrico Martini, legato di Carlo Alberto, propone l'aiuto immediato dell'esercito piemontese, a patto della dedizione del paese al re. Il Comitato di guerra, dopo accesa discussione, risponde con un proclama: "La città di Milano per compiere la sua vittoria e cacciare per sempre al di là delle Alpi il comune nemico d'Italia, dimanda il soccorso di tutti i popoli e principi italiani, e specialmente del vicino e bellicoso Piemonte".

Pomeriggio. Presa del Palazzo del Genio in via del Monte di Pietà. Dirige l'assalto Augusto Anfossi, che viene colpito mortalmente in fronte da una palla di moschetto. Il ciabattino Pasquale Sottocorno, sciancato e sostenuto da una gruccia, attraversa la via e raggiunta la porta del Genio, la bagna d'acqua ragia. Ritorna, ed arrecando fascine, tenta d'accenderle; è ferito in una gamba ma persiste nell'impresa finché le fiamme fanno il loro effetto. Una sessantina di giovinotti, assalendo il Genio dalla via degli Andegari, dietro le barricate fatte colle panche tolte alla vicina chiesa di S. Giuseppe, ne abbruciano la porta secondaria. Il Palazzo è in piena combustione; i 160 militari si arrendono.

 

Attacco al Comando Generale Militare in palazzo Cusani nella via di Brera. Il presidio si ritira per la via del Carmine nel Castello.

 

Assalto al Circondario di Polizia in via San Simone, che comunicava, a mezzo degli adiacenti giardini, colla caserma di San Bernardino. I soldati fuggono per una porta segreta verso la via Camminadella, e si riparano nella caserma di San Francesco.

Ore 18. Assalto al magazzino di Sant'Apollinare e al collegio militare di san Luca. Al termine della giornata, si intavolano trattative col comandante del collegio per la consegna degli allievi italiani.

 

Combattimenti a san Vittore. Gli insorti, passando internamente di casa in casa, arrivano sino al Borgo di Viarenna e alla dogana. Al Molino delle Armi s'impadronìscono d'un cannone, lo puntano nella via della Vettabia, tenendo con esso lontani da quella località gli Austriaci.

 

Combattimenti nel Borgo di san Celso, dove un cannone spazza il Corso fino alle case in sul canto della via della Maddalena. Alla sera, gli Austriaci tornano all'assalto delle barricate, ma devono ritirarsi nel collegio militare e dietro le bramantesche colonne della chiesa di san Celso. Per tenere di vista la strada di santa Sofia da dove potevano irrompere, si costruisce una barricata giù del ponte, cioè dall'angolo destro del Borgo di san Celso al sinistro, sotto il fuoco di due cannoni appostati alla Porta Lodovica. Alla Vettabbia si respinge un buon nerbo di truppe, che minaccia di colà inoltrarsi pel Borgo di santa Croce, invadere il Corso di Porta Ticinese, la Vetra, il Corso san Celso, e prendere alle spalle i combattenti.

Ore 22. Cinquanta uomini, con zappe, zapponi e badili e due o tre mazze, partono dall'Orfanotrofio per mezzo di una portina, che va nel borgo della Stella, e giungono sulla Piazza della Passione. Entrati nel Conservatorio di musica, ove era già buon numero d'uomini per custodirlo, e passati nel giardino, che mette sul bastione, vi salgono e mettono quattro grosse corde attraverso di questo; le legano alle piante, all'altezza di un braccio, per ostacolare la cavalleria nemica. A mezzanotte ritornano nell' Orfanotrofio. Nella notte, al Conservatorio di musica il professore Carnevali e il pittore Borgocarati apprestano barricate mobili.

Mercoledì 22 marzo

Alba. Il Municipio si costituisce in Governo Provvisorio, formato: Gabrio Casati presidente, Vitaliano Borromeo, Giuseppe Durini, Pompeo Litta, Gaetano Strigelli, Cesare Giulini, Antonio Berretta, Marco Greppi, Alessandro Porro. Il suo primo decreto è lai nomina a segretario generale di Cesare Correnti. Il Comitato di guerra è così composto: presidente, Litta; membri, Cattaneo, Cernuschi, Terzaghi, Clerici, Carnevali, Lissoni, Ceroni, Torelli.

Un gruppo di insorti, fra cui i fratelli Belloni, in buona parte muniti d' armi da fuoco, venendo da san Michele sul Dosso, si presentano allo sbocco della Piazza di sant'Ambrogio, per dare l'assalto alla caserma di san Francesco, che trovano vuota di truppe.

Ore 7. Si comincia il trasporto dei due pezzi più grossi nella casa di fianco all'Orfanotrofio di fronte al Dazio di Porta Tosa. Gli insorti si inoltrano per la porta del dell'Orfanotrofio occupandone le ortaglie e le vicine case, mentre altro drappello si dirige verso il lato opposto, ed un terzo verso il Borgo della Fontana, sul solajo del casino Cagnola confinante con la casa Rossi, discosti dal Dazio più di ottanta passi circa, e quindi non più di sessanta dai bastioni.

Dal giardino dell'osteria del Giardinetto, Luciano Manara con uno squadrone al fianco e una cinta in vita a tre colori, e due pistole, apre la porta dell'osteria sul Corso, attraversa la strada, per far fuoco più da vicino sui cannoni e soldati davanti il Dazio. Il gruppo arriva alla opposta casa, sale ad un secondo piano e con travi e assi trapassa per tutte le case, fino alla fabbrica di candele del Bianchi. Arrivano due cannoncini piccolissimi,trasportati da un sol uomo.

un mezzo battaglione di tirolesi s'impossessa della prima casa sull'angolo del bastione. Una granata incendia la casa dove è annidato il gruppo di Manara, la casa dirimpetto al Giardinetto, quarto piano, ultimo uscio a mano destra. Gli insorti cercano di spegnere il fuoco, ma sono costretti a ritirarsi, abbandonando i cannoncini, fino a quella casa che resta tra il borgo della Fontana e il corso di Porta Tosa, e resta di facciata ai Vecchioni.

Pomeriggio. Vengono prese le caserme di Sant'Angelo e San Simpliciano.

 

Il General Comando è trovato vuoto. Si barrica la contrada del Pontaccio, mentre i bersaglieri nemici, nascosti fra le piante di Piazza Castello, fanno continuo fuoco. Gli insorti entrano nella casa Crivelli, e si spingono da questa nella caserma di S. Simpliciano, che trovano abbandonata.

 

Nella caserma di cavalleria e di fanteria a san Vittore, abbandonata dagli austriaci, si trovano armi, fra cui molte pistole cariche, e munizioni, ed effetti di vestiario.

 

Sul ponte di S. Celso, alcuni cannoni e obici battono le contrade di fianco e principalmente il corso. Gli insorti liberano il ponte e accerchiano il collegio di San Luca e intavolarono trattative cogli Austriaci per farvi uscire gli allievi italiani.

 

Gli insorti, attraversando su d'una barca il Naviglio vicino al ponte delle Pioppette, entra nella casa Poggetti, e, forato il muro di cinta del giardino delle case Camisana e Stella, s'introduce nel collegio Ghisi, per approssimarsi di più alla caserma di Sant'Eustorgio, ancora guernita di militari. Gli Austriaci, stretti dappertutto, devono discendere a precipizio dal campanile della chiesa e rifugiarsi nella caserma; presa questa d'assalto, devono tutti costituirsi prigionieri.

Ore 15. Dopo cinque ore di combattimenti, la casa presso al Dazio di Porta Tosa comincia ad ardere; il fuoco è appiccato dai cittadini, perchè in essa è il magazzino dei viveri e delle cartucce degli Austriaci.

Ore 16. Sulla strada di circonvallazione una compagnia di soldati spogliano le case e vi appiccano il fuoco. Ardono l'osteria dell'Angelo, il caffè Gnocchi, le case presso l'osteria del Leon d'Oro.

Ore 17. Due compagnie di Croati escono dalla Porta Orientale, s'avviano verso Porta Tosa, e sostano innanzi all'osteria dell'Angelo. In pari tempo un battaglione di cacciatori con due cannoni si apposta in sul bastione, precisamente alla Valletta, che domina l'osteria. Porta Tosa è incendiata al di fuori; gli Austriaci si difendono sui bastioni, uniti in plotoni, e coi cannoni vòlti contro il Dazio.

Sera. Cade anche la caserma di Sant'Angelo. Cattaneo interrompe al nemico la linea tra Porta Vercellina (ora Magenta) e Porta Ticinese, costringendo il Radetzky a mutare i diversi ordini della ritirata. A Porta Tosa (Vittoria) si raccoglie il maggior nerbo, e il più grande sforzo de' cittadini.

Le barricate mobili che fino da mezzodì erano appresso a fare, sono terminate; le fanno girare e voltare verso il dazio di Porta Tosa. Manara, Cernuschi, Biraghi e trenta uomini, tra i quali i due fratelli Mangiagalli, Lochis, Vernay, avanzano alla carica, seguiti da circa mille insorti dietro trenta barricate mobili, verso il dazio di Porta Tosa. Arrivano al nemico sette pezzi da sei, oltre quelli che già hanno; ma non arrivano a puntarli per mancanza di munizioni. Gli insorti avanzano, mettono un omnibus in mezzo alla strada come riparo, arrivano sino al Pellegrino, presso il Campo Santo. Tutte le case d'ambe le parti fuori della porta sono in fiamme.

Ore 21. Tutti i corpi armati austriaci: quattordici battaglioni di fanti, sei squadroni di cavalli, e tre batterie di campagna, con una sterminata quantità di carriaggi, si riuniscono sulla piazza d'armi e aspettano in perfetto silenzio l'ordine di partenza.

Ore 23. Le truppe, spiegate in colonna, si mettono in marcia dalla Piazza d'Armi, lungo la linea dei bastioni fino a Porta Tosa. Il maresciallo Radetzky esce dal Castello in una carrozza, tra un battaglione e l'altro. Agli sbocchi delle vie che mettono sulla strada percorsa dalle truppe, cannoni, tirano continuamente contro la città fino alle due circa dopo la mezzanotte.

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