Facciamo un 48! LE CINQUE GIORNATE DELLA MAPPA

           I luoghi scomparsi della Milano del 1848

Nel 1848, Milano conta circa 160.000 abitanti entro la cerchia dei bastioni spagnoli, che segna il confine comunale (dazio); altrettanti vivono nei Corpi Santi, la collana di borghi e cascine che circonda l'agglomerato urbano. Il dialogo tra dentro e fuori Milano - un processo che caratterizza la storia e lo sviluppo della città - avviene attraverso le porte che si aprono nei bastioni e i navigli che l'attraversano, alimentando una cerchia d'acqua interna, che lambisce i palazzi delle grandi famiglie nobiliari circondati da ampie tenute, caseggiati popolari e botteghe, chiese e conventi, caserme e uffici pubblici, in una fitta rete di vie (contrade) e di canali intorno al colossale Duomo, la candida cattedrale visibile da lunghe distanze. Oltre la cerchia, chiusa a nord ovest dal Castello Sforzesco, l'abitato negli altri sestieri è sorto lungo le vie principali che menano alle porte, intorno alle quali si estendono orti, giardini e campi coltivati.

Durante le Cinque Giornate, i milanesi costruiscono circa 2000 barricate, utilizzando carrozze, carri, mobili e arredi tolti a chiese, teatri e abitazioni, per assediare i palazzi in mano agli Austriaci e per bloccare le loro sortite nelle contrade. Dalle descrizioni di questi avvenimenti, emergono le tracce di luoghi scomparsi, che ci aiutano a capire le trasformazioni della città che, come un organismo vivente, è in continua evoluzione. Essere consapevoli del passato ci consente di apprezzare la molteplice identità della città e impegnarci per la sua sostenibilità nel tempo.

Attraverso le fonti letterarie dell'insurrezione, possiamo individuare i luoghi scomparsi. Alcuni esempi:

Coperto de' Figini

In sull'angolo del Coperto de' Figini, che sorgeva ove ora trovasi il fianco settentrionale della Piazza del Duomo, presso al caffè Mazza, sotto il tiro degli schioppi e dei cannoni della Corte, si formò un capannello di circa venti persone; i discorsi di queste erano animatissimi; chi instava sulla necessità di provvedersi di armi; chi dimostrava non doversi precipitare la lotta; l'idea delle armi prevalse.  Felice Venosta, Le Cinque Giornate di Milano (1864).

Poslaghetto

Perduti un uffiziale e sei gregari, il capitano riordinò la compagnia, e le comandò di avanzare verso via Velasca. Là giunta dovette soggiacere a nuove perdite; imperocchè dalla casa Borgazzi, all'angolo di Poslaghetto, i fratelli Longhi, e quanti amici questi si trovarono avere in casa, con armi da caccia, fecero fuoco. I soldati tennero saldo per quasi mezz'ora, rispondendo con scariche di fila, indi, sgominati, decimati, si aprirono un varco fra le serraglie della via di Pantano; e a ogni rumore, sostando incerti, paurosi, senza molestia, giunsero sulla Piazza di Sant'Ulderico.  Felice Venosta, Le Cinque Giornate di Milano (1864).

Ponte Marcellino

Atterrata con palle di cannone la barricata eretta tra la casa dei Crivelli e quella del Wilmant, forte mano di soldatesca, munita d'un cannone, per la via del Pontaccio, giungeva sino al Ponte Marcellino, ove sostava. L'ufficiale, che la comandava, stava per ordinare il fuoco, quando veniva colto nel capo da un sasso lanciato da casa Pirovano. I soldati alla meglio scaricavano il cannone, la cui palla andava a colpire la casa Melzi sull'angolo di via Borgo Nuovo; indi, raccolto prestamente il ferito, si ritiravano andando a riannodarsi al Mercato Vecchio.  Felice Venosta, Le Cinque Giornate di Milano (1864).

San Bartolomeo

Al di fuori del Portoni di Porta Nuova eravi una chiesa detta di S. Bartolomeo con un campanile non molto alto, ma sì perfettamente isolato che dominava a grande distanza; era di forma quadrata e piuttosto stretto, il che gli dava una certa eleganza. Su quel campanile eravi un corpo di guardia di 4 individui, la cui posizione era ottima per esplorare, ma pericolosa perchè non erano protetti dalle barricate che finivano ai portoni. Quel posto era anche dei più instancabili per il continuo suonare delle campane a stormo, che dava ai nervi dei Tedeschi in modo insopportabile. Luigi Torelli, Ricordi intorno alle cinque giornate di Milano (1876).

Ponte delle Pioppette

Frattanto un nodo di cittadini, attraversando su d'una barca il Naviglio vicino al ponte delle Pioppette, entrava nella casa Poggetti, e, forato il muro di cinta del giardino delle case Camisana e Stella, s'introduceva nel collegio Ghisi. L'approssimarsi di più alla caserma di Sant'Eustorgio, la quale era ancora guernita di militari, tornava tuttavolta malagevole; imperocchè dai dintorni, di troppo scoperti, avrebbe il nemico potuto impunemente bersagliarli.

Felice Venosta, Le Cinque Giornate di Milano (1864).

Palazzo Ciani

Io abitava nel palazzo Ciani, sul corso di Porta Orientale di fronte al vicolo de' Capuccini, palazzo allora di recente costruzione e notabile per la sua architettura.  Dall'altro lato della casa Ciani havvi il così detto Boschetto che fa parte del Giardino Pubblico ed era pieno esso pure di soldati, sì che l'uscire era assolutamente impossibile.  Luigi Torelli, Ricordi intorno alle cinque giornate di Milano (1876).

Luogo Pio dei Martinitt

Al mio arrivo le ultime si avanzavano sino ad un portone che da una legnaia d'uno stabilimento o Luogo Pio, detto dei Martinitt, che accoglie orfani poveri per educarli ad arti e mestieri, metteva sul corso accennato di porta Tosa. Questo stabilimento era allora l'ultimo grande fabbricato verso il bastione; oltre il quale più non erano che orti. Dal bastione precisamente di fronte al detto locale, facevasi fuoco a mitraglia contro di esso, ma i colpi riescivano pienamente innocui. Luigi Torelli, Ricordi intorno alle cinque giornate di Milano (1876).

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